TESTIMONIANZE SCRITTE DELL' ALTO MEDIOEVO RIGUARDANTI VALLE INTELVI, VALLE DI MUGGIO E VALMARA
Marco Lazzati, 2004 ver. 2, giugno 2006
Ripropongo, in versione aggiornata, riveduta e corretta, l’articolo da me pubblicato sul secondo numero del Quaderno APPACUVI, dove, per motivi tipografici, erano scomparsi i riferimenti bibliografici.1 Rispetto all’articolo originale, sono stati tolti i documenti riguardanti esclusivamente Campione d’Italia, più volte pubblicati anche di recente in altre sedi.
Il file PDF col presente testo si trova qui, in www.lazzatim.net (sezione Pubblicazioni).
Il territorio preso in esame in questo scritto è quello delle tre valli confinanti nominate nel titolo, mentre il periodo contemplato comprende i secoli VIII, IX e X.
Tralasciando due falsi datati 712 e 719, ma redatti probabilmente nel XII secolo2, come pure l’assai dubbia citazione dell’Olivieri (“valle quae dicitur Antelavo”, datata dall’Autore all’anno 736)3, le primi carte direttamente collegate al territorio in esame (escludendo Campione) risalgono alla fine del secolo VIII.
Segue un elenco dei principali documenti.
Nell'anno 799 un certo "Alfrit de Antellaco filii [sic] quondam Morani de Scallia" è testimone di un atto di vendita tra Martino di Melano e Totone di Campione, riguardante terreni presso Melano, sul Ceresio4. Si tratta delle più antiche menzioni della Valle Intelvi ("Antellaco") e di Scaria ("Scallia", attualmente frazione di Lanzo d’Intelvi).
Nell'anno 804 il chierico Orso, detto Pietro, figlio di Aroaldo di Calendasco sul Po (PC) dona, insieme a Domenico, all'oratorio di S.Zenone di Campione un podere "in loco nominatur Antellaco finib(us) s(upra)(scrip)to castro Sebienses qui nominatur castro Axongia" [sic]5. Oltre a ribadire l'appartenenza della Valle Intelvi (Antellaco) al territorio del Seprio, questo documento cita il "castrum Axongia", che compare anche in una successiva carta dell'anno 807 (v. oltre).
Dove si trovava il suddetto fortilizio intelvese? Il Monneret du Villard6 lo colloca a Laino (dove un’epigrafe del VI secolo attesta l’esistenza di un castrum presso l’oratorio di S.Vittore)7; il Bognetti propende invece per Castiglione8, ragionando sui toponimi: Visonzo (frazione di Castiglione Intelvi) prenderebbe nome da un ipotetico "vicus Axongiae", in analogia con il toponimo dialettale "Visèver" (presso Castelseprio) che deriverebbe da "vicus Sibrii"; è una spiegazione tirata per i capelli, anche se un castello è comunque attestato a Castiglione alla fine del X secolo (v. oltre). La D'Amore ha voluto invece ubicare il castrum Axongia a Scaria, identificandolo con il toponimo "torexella" di una carta medievale9. Per ora non esistono prove decisive per una localizzazione certa del castrum Axongia.
Nell'anno 807 un tal Giseperto di Corneliano vende a Totone di Campione i due servi Mauro e Ansa, “traentes originem castello Axxungia”10.
Ricompare così il misterioso castello intelvese in uno degli ultimi documenti riferiti a Totone, la cui morte viene perciò collocata dopo l’anno 807.
Tra gli anni 781 e 810 viene redatto un documento nel quale appare quale teste "Gailfrit f(ilio) b(one) m(emorie) Murani de vico Scalia (Scaria)"11.
La data topica (“Acto ad oradorio s(an)c(t)i Vidali in fundo Aronni”) ci permette di stabilire il luogo in cui la carta è stata prodotta: l'oratorio di S.Vitale di Arogno presso la Valmara.
Pur mancando la data cronica, poichè il documento si apre con la clausola “Regnantes domni n(ostr)i Carolo et Pippino veri excel(entissimi) regis in Edalia” [sic] e poiché Pipino (figlio di Carlo Magno) fu “unto” re d’Italia da papa Adriano I nel 781, questo documento deve essere posteriore a tale data; siccome lo stesso Pipino morì nell’anno 810, possiamo datare questa carta tra gli anni 781 e 810.
Oggetto della pergamena in questione è la vendita di un’ancella a Totone di Campione da parte di un certo Lupone per una libbra d’argento.
Questo importante documento conferma quindi l'antichità dell'oratorio di S Vitale di Arogno, per altro ben manifestata dalle murature superstiti, come avevo già mostrato in precedenti scritti12.
Un documento dell'anno 852 descrive una divisione di beni tra Adalburga (vedova di Adalgiso di Schianno, di origine alamanna) ed il cognato Balderigo, citando le località: "Brusella (Bruzzella), Rovi (Rovio), Mendrici (Mendrisio), Melede (Melide), Sovinno (Riva S.Vitale, antico vicus romano dei Subinates, noto nel Medioevo col nome di “Primo Sobenno”), Caledrano, Provatina, Caverazasi (Caversaccio), Balerna, Blexuni (Bissone sul Ceresio o Blessagno in Valle Intelvi?), Scalia (Scaria), Castellione (Castiglione Intelvi), Albaciaco"13.
Nell'anno 859, viene ancora menzionato Castiglione d’Intelvi, come "sito inter lacus"14.
In una carta dell'anno 864 si cita un "Grasebertus clericus et notarius de Scalia (Scaria)"15; la presenza di un chierico-notaio indica che Scaria (luogo di possedimenti del Monastero di S.Ambrogio di Milano) era un vicus di una certa importanza.
Nell'anno 865 “Sigerat vassus domni imperatoris” dona i suoi possessi “in loco et fundo Balerne, ubi dicitur Oblino, judiciaria sebiensis” al Monastero di S.Ambrogio di Milano16.
Obino è situato nella valle di Muggio, poco sopra Castel S.Pietro.
Da un documento dell'anno 875 risulta che “Rachinaldus f.q. Giseberti de Scalia (Scaria)”, insieme ad uomini della pieve di Lugano, aveva prelevato dei pegni da una casa del Monastero di S.Ambrogio di Milano a Verna in Valle Intelvi17.
Anche Verna (attualmente frazione di Ramponio-Verna), come Scaria, sembra essere in qualche modo legata al monastero milanese, probabilmente attraverso Campione ed i possedimenti della famiglia di Totone; questo legame spiega la dedicazione a S.Ambrogio della locale chiesa parrocchiale.
Nell'anno 904 avviene la vendita di una casa situata a Scaria tra i fratelli Vuarnefrit e Ariberto ed il chierico Domenico, tutti del medesimo villaggio intelvese18.
All'anno 929 risale il ben noto diploma di re Ugo19, che conferma al monastero di S.Pietro in Ciel d'Oro di Pavia la concessione, a carattere ereditario, fatta due secoli prima (inizi VIII secolo) da re Liutprando relativa all'uso dei carpentieri da lui posseduti “in valle quae dicitur Antelamo” (Valle Intelvi).
Si tratta della prima volta in cui la Valle Intelvi viene chiamata “Antelamo" (anziché "Antellaco" o, come avverrà più tardi, “Antelavo” o "Intelavo"). La dizione “Antelamo” (con la “m”), resterà in uso a lungo dopo il mille solamente a Genova, presso gli appartenenti all'associazione edilizia dei magistri Antelami, oriundi della Valle Intelvi e zone limitrofe, che nel capoluogo ligure deteneva di fatto il monopolio dell’edilizia e dalla quale molto probabilmente scaturì il grande artista tardoromanico Benedetto Antelami.
Da questo documento emerge il fatto che, in età longobarda, almeno una parte (ma forse il discorso andrebbe generalizzato) delle maestranze edilizie dei laghi lombardi era di proprietà regia e ciò potrebbe in parte spiegare, grazie ad iniziali privilegi territoriali loro accordati dalla Corona, il loro futuro strapotere a livello paneuropeo20.
Nell'anno 932 il monastero di S.Ambrogio di Milano permuta un terreno pregiato presso Cressogno (Valsolda) con terre boscose in quel di Arogno21; tuttavia questi terreni confinano con altri possedimenti ambrosiani in Valle Intelvi e quindi assicurano la via verso Porlezza evitando il più possibile territori comaschi. E’ possibile ipotizzare un itinerario “milanese” del tipo: Campione - S.Evasio - S.Vitale - Arogno- Valmara - Lanzo d’Intelvi
- S.S.Nazaro e Celso - Scaria - Ramponio/Verna - S.Pancrazio - Osteno - Claino - S.Giulia - S.Maurizio - Porlezza22.
Tale ipotetico itinerario (fisicamente percorribile e suffragato da numerosi capisaldi religiosi medievali), in alternativa al più comodo percorso lacustre, avrebbe permesso soste (a scopo amministrativo, fiscale e commerciale) nei possedimenti ambrosiani (situati presso Arogno, Scaria e Verna) ed in territori appartenenti alla diocesi milanese (Claino/Osteno e Porlezza).
Per terminare, nel 987 si parla di beni situati “in castro Castillioni”, scambiati tra il monastero di S.Ambrogio di Milano ed un certo "Vuido abitator roco Castillione sito loco Entelavo" (erroneamente letto come Entelano dal Monneret Du Villard23).
Si tratta della prima menzione certa del castello di Castiglione d’Intelvi, non essendo per ora sicura la sua identificazione con il già citato "castro Axongia".
Si tende ad ubicare il castello di Castiglione sullo sperone a valle della frazione La Torre, compreso tra i torrenti Telo e Cazzola, ove ora sorge l’edificio fortificato eretto, secondo la tradizione, dai Camuzzi nel XIII secolo (le parti basse del complesso, in pietra regolarmente sbozzata e posta in corsi assai regolari, sembrano attribuirsi a tale epoca), successivamente rimaneggiato in età rinascimentale e moderna.
Dai documenti appena menzionati si possono trarre diverse conclusioni.
In primo luogo viene confermata dall'onomastica di alcuni personaggi (Galfrit, Vuarnefrit, Sigerat…) la presenza di Longobardi in questa zona (già denunciata da qualche indizio archeologico), alimentata dalla potente arimannia di Mendrisio ed attestata saldamente a Campione: i Longobardi, verso la fine del VI secolo, in seguito alla caduta dell’enclave bizantina dei laghi lombardi che faceva capo alle fortificazioni dell’Isola Comacina, si sarebbero così sovrapposti, soprattutto nel Ticino e nel ramo settentrionale della Valle Intelvi, all'etnia celto- romana, che invece sembra prevalere presso le sponde del Lario.
Altro fatto importante è la presenza del monastero milanese di S.Ambrogio, inseritosi prepotentemente a Campione dopo la morte di Totone (dopo l’anno 807), in virtù della sua ben nota "donatio post mortem" del 777, con propaggini a Scaria, Verna e Castiglione.
I possedimenti dei monasteri, come pure quelli privati, constavano spesso di una parte gestita direttamente dal proprietario ("pars dominica") e di terreni dati in appalto a massari (pars massaricia), gravitanti in genere attorno ad una "casa", come fu probabilmente per Verna.