giovedì 8 luglio 2021

Panoramica sulla lingua dei documenti

Nei documenti lombardi del secolo VIII si vede bene l'evoluzione di quella forma langobardica identificata da Attilio Bartoli Langeli come il modo di scrivere dei notai italici, in opposizione sia al latino letterario (che rimane un latino grammaticale) sia agli altri latini barbarici (come ad esempio il latino merovingico). Questa particolare forma si cristallizza dunque nell'ultimo secolo della dominazione longobarda e diventa, anche in reazione ai mutamenti carolingi la lingua di una categoria professionale, un vero e proprio linguaggio tecnico che durerà nei secoli.

I primi sei documenti mostrano quale fosse il comportamento dei notai che facevano riferimento al ceto medio, sia stato esso cittadino (a Milano e Novara) o rurale (Campione, Sibiano, Trevano); essendo tutti concentrati nella zona più settentrionale dell'area lombarda si può dunque cercare di tracciare un bilancio per la prima metà del secolo. I notai Faustinus e Lazarius (doc.1 - 725; e doc.3 - 735) confezionano carte molto brevi e con formule stringate e talvolta abbastanza originali, come l'espressione dogomentum vinditionis nel doc.1 o la formula facta cartola in fundo Campillioni nel doc.3, che fa pensare che ancora non vi sia una regola unitaria. E tuttavia i doc.2 e 4 (rispettivamente del 729 e del 740) mostrano invece un impianto già completamente identificabile con quella che sarà poi la prassi notarile italica, tanto che nel secondo si trova la dicitura strumento venditionis, che diverrà tipica nei secoli a venire: è perciò possibile che Faustinus (doc.1) e Lazarius (doc.3) appartenessero a una generazione precedente di scrivani, che ancora non era stata influenzata dalla rinascita culturale che stava interessando la società longobarda durante il regno di Liutprando2. Lautchis e Garioald hanno maggiore consapevolezza nell'uso delle formule e anche quando si lasciano andare a forme particolarmente scorrette è possibile intravedere non una sottomissione passiva a un formulario incomprensibile, ma un ruolo attivo nello scegliere cosa scrivere e il tono da utilizzare, anche se questo porta, soprattutto nel doc.2, a una forte proliferazione di ipercorrettismi. I doc.4 e 5 (quest'ultimo del 748) danno un quadro delle zone rurali lombarde in questo quinto decennio: i notai di campagna rogano atti che presentano una maggiore mediazione tra il latino tecnico e i latini volgari o barbarici: sono presenti, anche graficamente, molti influssi del parlato che portano spesso ad una strutturazione della frase secondo l'ordine romanzo SVO, e ad una redistribuzione delle desinenze consonantiche dei sostantivi non più secondo il sistema di declinazioni, ma seguendo altri e nuovi criteri. Il doc.5, scritto dal notaio Austrolf, è estremamente frettoloso e mette in luce quali fossero le parti fondamentali ed essenziali per un documento di epoca longobarda e quali le condizioni reali per i prestiti. Nonostante l'onstat (per constat) iniziale, che potrebbe far pensare a una scarsa consapevolezza nell'uso delle formule, il documento risulta abbastanza canonico; un altro indizio di questa fretta può essere rintracciato nella frase et defendere promitto ipso prado ab omni homine defensare, in cui il ripetersi del verbo fa pensare a due formule unite più per la fretta che per incompetenza.  Il notaio Ursus, nel doc.6, utilizza per la donazione del 756 soprattutto frasi con un ordine SVO e si lascia influenzare molto dal parlato: lenizioni, sonorizzazioni, iotacismi e via dicendo; questo documento rappresenta bene quale doveva essere lo stato del latino in una regione di frontiera (e perciò lontana dai centri di potere - e di cultura?) quale era la zona intorno a Campione.

I doc.7 e 9, rogati nella capitale longobarda Pavia per la classe più elevata, portano un esempio molto diverso dai precedenti. Le due carte, pur presentando elementi di volgarizzazione e imbarbarimento, danno un esempio di cosa si potesse intendere allora per latino di alto livello (pur restando ovviamente nel solco della tradizione documentaria) e testimoniano il recupero delle modalità di espressione classiche già a metà del secolo. I notai Audo e Martinus usano ad esempio costrutti come la perifrastica attiva (subscripturi vel confirmaturi sunt; signa facturi sunt): il contrasto tra queste parti istituzionali e quelle invece rielaborate dal discorso orale è ancora più netto ed evidente. È almeno dal 765, anno di rogazione del doc.8 (è questo il secondo atto che troviamo scritto a Milano esattamente quarant'anni dopo il primo), che anche le carte scritte fuori dalla capitale iniziano ad allungarsi: le formule diventando di dimensioni maggiori, l'espressione meno diretta e più ripetitiva. Può forse essere collocato qui il momento in cui cessa la fase creativa e magmatica della forma langobardica e inizia invece a fissarsi in prassi e canoni precisi. I tempi di questo passaggio coincidono (per quanto ci è dato sapere) con l'inizio dell'influenza franca sul territorio lombardo. Il notaio Erminald (doc.8), pur conservando la resa grafica tipica di questi anni, si dilunga ora in formule e clausole più elaborate, e ciò varrà anche per i rogatari dei doc.10 (769) e 12 (777), rispettivamente Alfrit (spicca nella sua carta nam non alienandi licentiam habitura)) e Thomas, appartenenti anch'essi alla zona milanese. Anche la tipologia dei documenti aiuta il confronto, sono infatti tutte e tre donazioni (anche se il doc.12 è in realtà un testamento che si risolve in donazione): i modi, le formule, il periodare sono sullo stesso livello e l'unica differenza veremente apprezzabile è la solennità dell'ultima charta. Ciò influenza più che altro la grafia, che tuttavia conduce soprattutto a fenomeni di ipercorrettismo.

Più interessanti risultano i doc.11 e 13, entrambi scritti nel territorio di Bergamo. Particolarmente ostico il linguaggio del notaio Gaff, che scrive nel 773, soprattutto per l'uso di termini desueti e di frasi tratte dalla pratica liturgica o comunque religiosa, ma anche per la consunzione della pergamena che impedisce la ricostruzione di frasi sensate in più punti. Questa charta può tuttavia illustrare adeguatamente quale potesse essere il livello (medio-basso) di istruzione e di competenza di un notaio rurale negli ultimi anni del regno di Desiderio. Il doc.13 appartiene invece all'età carolingia (785) ed è stato confezionato in città; anche qui grandi sono gli influssi del parlato, ma solo per quanto riguarda la resa grafica, mentre minori sono le influenze su lessico e struttura della frase. Purtroppo la differenza dei negozi, più che la distanza temporale, impedisce un confronto approfondito.

Gli ultimi cinque documenti coprono un decennio (789 - 799) e sono perciò una fonte privilegiata per il notariato nel primo quarto di secolo del Regnum Italiae carolingio. Due di essi, i doc.15 e 17, sono stati rogati a Pavia e Milano, mentre gli altri provengono tutti da zone rurali del Canton Ticino. La pergamena pavese è molto diversa dalle due precedenti, che come detto provenivano da ambienti dell'alta società; ora il notaio Bonifrit inserisce termini tipici del linguaggio parlato e anche la struttura della frase ne risente, presentando più volte un ordine SVO ed è perciò più vicina alle altre carte lombarde che alle due pavesi già viste. La charta milanese invece, rogata da Donusdei e che si riferisce soprattutto a prodotti agricoli, è particolarmente interessante sotto due punti di vista: per le novità grafiche presenti (catzo per caseum, lecitas per lactis, persolseremus per persolveremus) e per il lessico utilizzato (vedi soprattutto il termine extrummentum, che anticipa di secoli il termine tecnico che sarà poi utilizzato per definire la charta del notaio dotato di fides publica). Dei tre documenti restanti, due sono del notaio Agioald e l'ultimo di Donusdei. Anche in questo caso risulta difficile identificare i due notai che si sottoscrivono Agioald come la medesima persona, in quanto usi e rese sono diversi nei due documenti e tuttavia ciò può essere spiegato con la diversità dei documenti, trattandosi il primo (doc.14) di una compositio - anche se viene definito come una carta di donazione - mentre il secondo è una vendita. Si può allora supporre che per un contratto usuale quale la vendita Agioald abbia utilizzato i modi tipici della prassi, mentre per un negozio meno frequente e con scarsa tradizione e quindi senza modelli a cui rifarsi, abbia dovuto improvvisare. I doc.16 e 18, provenienti rispettivamente da Mendrisio e Campione, riportano le medesime particolarità sia grafiche che formulari, sebbene nell'ultimo documento il notaio si dilunghi maggiormente nelle clausole finali, apponendo nuovanente la confirmatio e un breve ricordo della sanctio.

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