giovedì 8 luglio 2021

Introduzione

È noto che il latino ha subito, nei secoli successivi alla dissoluzione dell'impero romano, una serie di modificazioni ed evoluzioni tipiche per ogni regione su cui si estendeva l'impero. Per cinque secoli tutti e tre i principali filoni linguistici (letterario, orale-quotidiano e giuridico) compiono un particolare percorso che porta nuove e inattese soluzioni; parte di queste innovazioni contribuiranno alla formazione dei nuovi idiomi romanzi, mentre altre scompariranno fermate e ostacolate dalla rinascita carolingia (IX secolo) prima e umanistica (nei secoli XIII-XIV) poi. Questi periodi tendono a un recupero del latino classico (soprattutto a opera di letterati), classificando il nuovo latino come prodotto di epoche oscure in cui regnava l'ignoranza. Ancora oggi questa corrente di pensiero sopravvive e si può facilmente riscontrare notando la scarsità degli studi e per contro la quantità di pregiudizi (e il loro radicamento) legati a questo periodo.

La scarsità dei documenti e delle testimonianze rimaste ha scoraggiato ulteriormente il proliferare di analisi riguardo la situazione lombarda del secolo VIII che si sono invece focalizzate sui periodi carolingio e post-carolingio (in particolare il X secolo e i placiti campani sono stati i più interessati dagli studi). Inoltre per troppo tempo si è dato per scontato che gli scrivani longobardi delle prime leggi e i notai da loro discendenti ambissero a far rivivere le forme classiche in preda a una sorta di “vorrei ma non posso”, a causa della decadenza degli studi. Sembra difficile sostenere una tesi del genere quando le saghe (e dunque i testi letterari) lasciateci dai longobardi - dal prologo dinastico nell'Editto di Rotari alla Origo gentis Langobardorum, dal prologo alle leggi di Ratchis fino alla Historia - sono in latino grammaticale: i modelli classici, o almeno le regole del buon latino, erano ben presenti ai colti longobardi. Anche il latino dei notai e delle chartae (chiamato ora latino giuridico da un punto di vista contenutistico; ora latino longobardo, e poi italico, dal lato storico-linguistico) era una lingua di cultura, che possedeva una tradizione e una scuola ed era dotata di forza di sistema. I testi giuridici erano sottoposti alla stessa norma linguistica, autonoma rispetto a quella grammaticale: la forma langobardica. A poco a poco essa passò da una lingua viva e mobile a lingua tecnica, specialistica, categoriale: una lingua che otteneva l'esatto contrario della facilità di comunicazione.

Questo fenomeno di fissazione dei canoni può essere rintracciato già sul finire del secolo VIII, quando con la conquista franca del Regnum gli episcopati, e più lentamente le cancellerie regie, adottarono la minuscola carolina. Non si convertirono invece i notai italici: la nuova scrittura non intaccò minimamente la loro prassi scrittoria, come pochi riflessi vi ebbe la rinascita scolastica del latino; la corsiva dei notai resta immobile fino al secolo XI, quando si aprì all'alfabeto minuscolo, denunciando così una cultura grafica ostinatamente conservativa, gergale. La riprova maggiore di questo stato di cose risiede in quelle carte dove si possono trovare sottoscrizioni autografe (nel nostro studio risulta che il rapporto secolare  analfabeti/alfabeti, basato sull'opposizione manufirmatio - sottoscrizioni, è all'incirca di 4 a 3) di testimoni e intervenienti. La divaricazione tra le corsive dei redattori e le minuscole dei sottoscrittori è sempre più ampia, si può dire ostentata. Un tipico esempio della completa fossilizzazione che aveva interessato la prassi notarile altomedievale è costituito dalla data topica apposta ancora nel pieno XII secolo a Pavia (quando già era comunemente chiamata con questo nome): act- civ-e tic-i fel-, sempre compediata in questo modo. È da considerare un residuato non solo formulare ma anche grafico, vergato artificiosamente, quasi disegnato in corsiva nuova - quando tutti coloro che scrivono sulla pergamena utilizzano con sicurezza la carolina.

Il mio studio dunque, lungi dall'avere l'ambizione di fornire risposte definitive a questioni su cui si dibatte da oltre un secolo, vuole fare luce, lasciando che siano i documenti stessi a mostrarsi9, su un territorio e un periodo (la zona lombarda del secolo VIII) che troppo spesso è stato visto come un semplice prologo al periodo carolingio, come un momento di incultura in cui tutto avviene meccanicamente, senza consapevolezza, quasi per inerzia. Ma quel secolo e mezzo che intercorre tra l'Editto e la capitolazione di Pavia forma un ceto, quello dei notai, che sentirà come identitari e professionalizzanti proprio quei caratteri che si fissano durante l'età longobarda: il diritto di questo popolo ebbe una impressionante forza di strutturazione e unificazione, stabilendo in maniera resistentissima i connotati della documentazione e della forma giuridica della società italiana. Non c'è dubbio che, per quanto altalenanti e varie siano le qualifiche che essi stessi si danno, i notai del secolo VIII, siano e si sentano notai del Re e del Regno. Si dicono notai pubblici (o cittadini) e lo erano a tutti gli effetti: benché diversa da quella che sarà attribuita al notariato in seguito, essi godevano già di una certa fides publica. Il mio obiettivo, spero almeno parzialmente raggiunto, è stato quello di mettere in mostra quei processi che conducono alla presa di coscienza del ceto notarile tramite il loro uso della lingua latina e in particolare del formulario (spesso infatti analisi linguistiche si limitano a ricercare ossessivamente indizi di oralità, talvolta stravolgendo e manipolando i documenti e trascurandone ampie parti10); quei processi che conducono alla fissazione della forma langobardica e all'arroccamento di queste pratiche sul finire del secolo. Oltre ad essermi basato sui classici della disciplina, quali Vaananen, De Prisco, Lofstedt, Norberg, D'Arco, ho considerato lavori più recenti, dalle analisi di Sabatini sulle carte romane alle analisi diplomatistiche e linguistiche contenute nei volumi Carte di famiglia e Italia settentrionale: crocevia di idiomi romanzi. Per i riferimenti storici mi sono invece attenuto alla tradizionale Historia di Paolo Diacono e ai lavori di Jarnut, Delogu e Gasparri. Per un'enumerazione più esauriente delle opere consultate rimando alla bibliografia finale.

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