Se allora ad uno sguardo geografico si possono identificare tre aree (pavese-milanese; bergamasca e sepriense) in cui l'istruzione dei notai appare abbastanza uniforme, il confronto fra i medesimi negozi giuridici mette in risalto il mantenimento, l'ampliamento e l'irrigidimento delle formule nel corso del secolo VIII.
La formula di datazione, come ampiamente dimostrato, non subisce cambiamenti di sorta: essa rimane fissa non solo nella sua struttura, ma anche nei titoli attribuiti al regnante. Unica variabile sono le modalità di espressione del giorno della settimana, che può essere indicato con il sistema romano (calende, none e idi) o con il sistema di datazione continua, ma senza alcuna regolarità o sistematicità.
Si è visto come possano variare i modi per introdurre il tenor. La scomparsa della formula scripsi ego... dopo il terzo decennio del secolo dovuto probabilmente ad una maggiore consapevolezza dei notai medesimi riguardo le proprie funzioni e il proprio ruolo pubblico1; il destinatario al dativo per le donazioni; le diverse ma equivalenti manifestazioni o constatazioni (anche qui, come per la data, non è stato possibile rintracciare una diffusione strutturata); e il caso della charta promissionis (doc.8) che inizia direttamente con i verbi spondeo et repromitto. Le più interessanti si sono rivelate: costas it accepisse (doc.3 - nella stessa frase è presente hoic per haec); onstat se Alexandro (doc.5); consta nos Agep-t (…) seo et Gaifrit (doc.11); munifesta caossa est eo quod (doc.14). Anche all'interno del dispositivo si possono rintracciare mutamenti soprattutto per quanto riguarda la mole delle formule; particolarmente nell'identificazione del bene viene via via sviluppandosi una parte del tutto teorica e astratta, che non ha una reale funzione descrittiva e che diviene fissa dalla metà del secolo in poi, mentre le modalità per l'espressione delle coerenze rimangono stabili per tutto il periodo considerato. Le formule di conferma e di sanzione acquistano, almeno dagli anni '60 del secolo, una lunghezza e una ripetitività che saranno poi tipiche dei documenti notarili, passando da una semplice frase a un periodo costituito da almeno due o tre frasi. L'esempio più emblematico per questo fenomeno è probabilmente fornito dalla formula di miglioramento, inclusa di solito nella sanctio delle carte di vendita, che nel primo documento è doblus sol- emptori suo restituant rem vero meliorata, mentre nell'ultimo è ormai tunc dubla bonis condicionib- melioratis reb- quem in tempore fuerit tibi Totoni emtori vel ad heretib- aut successorib- tus restituamus; e più sotto è ribadito nuovamente sub dubla bonis condicionib-.
Per quanto riguarda le formule di chiusura, dopo un primo momento in cui coesistono l'actum e il facta cartola per indicare la data topica, la situazione si stabilizza e prende il sopravvento l'uso di actum (o acto, compendiati in vari modi); invece il richiamo della data cronica, come anche l'invocazione all'inizio del documento, o l'apprecatio escatocollare sembrano venire lentamente abbandonati mano a mano che ci si addentra nell'era carolingia. Fisse e stabili risultano invece le sottoscrizioni, con tutte le variabili possibili (ad esempio il ricordo delle varie rogazioni; i ruoli di testimone o consenziente; e via dicendo), sia degli intervenienti, sia dei notai, che utilizzano tutti la medesima formula post tradita complevi et dedi, tramite le più disparate rese grafiche, come si è avuto modo di vedere, con le eccezioni della charta novarese (e tuttavia essendovi un unico esemplare risalente agli anni '20 è difficile trarre una conclusione) e della prima pergamena pavese, il doc.7.
Esemplarmente si possono comparare le due carte di prestito o cauzioni, come erano chiamate allora, presenti nel corpus: i doc.5 e 17. Si vede in questo modo che essi sono sostanzialmente identici in ogni aspetto: le formule, i verbi, l'ordine seguito dai notai nell'apporre clausole e condizioni è il medesimo. L'unica reale differenza consiste nel maggiore sviluppo di frasi e periodi all'interno del testo di fine secolo. Poco o nulla è cambiato (per ora) con la dominazione carolingia: la forma langobardica sembra conservata e anzi irrigidita sebbene il periodare più ampio porti a volte a considerare un possibile riavvicinamento al latino grammaticale.
Per quanto riguarda invece la fase più magmatica di questo percorso si possono mettere a confronto le due carte di mundio (doc.3 e 11) e parzialmente anche il doc.14 (già di età carolingia), in quanto dimostrano bene come si muovono i notai nei momenti difficili. Tutti cercano di appoggiarsi a negozi giuridici che abbiano una tradizione più consolidata. Lazarius, nel 735, termina la cartola con una formula particolare: in sua maneat []rmidatem st-p- sp- soll- interposido. Questa sola formula, insieme alla stessa parola mundium e alla frase et ipsa mancipio Ursio sibi conioge duxe, doveva servire a distinguere un passaggio di mundio da una vendita, altrimenti identiche. Come abbiamo già avuto modo di dire, Lazarius doveva appartenere ad una generazione (o anche solo ad una tradizione) precedente rispetto agli altri ed essendo un notaio rurale il potere conservativo della pergamena potrebbe essere ancora maggiore. Gaff, nel doc.11, testimonia un altro modo di mettere per iscritto questo negozio. È anch'egli un notaio rurale e il suo livello di istruzione, per quanto chierico, non sembra elevatissimo. Per indicare che la donna - mai chiamata per nome - è incinta viene utilizza un passo di un inno natalizio: creador eius quod in venter baiolant (difficile stabilire se gli errori siano dovuti alla mano del notaio), si usa un termine quale sup-inpositas (per indicare forse la somma di denaro?) a cui affianca il verbo sup-inponere. Introduce infine, forse su richiesta degli attori, essendo stata la carta almeno dettata da uno dei due fratelli (chierico anch'egli) mundiatori2, una sanzione spirituale: mala rationem reddat. Poniamo dunque che certe parti di testo, le più inusuali, siano state direttamente dettate da Agipert. Quando si tratta di mero formulario Gaff è chiaro e puntuale, ma non appena il discorso verte sulla donna (o sulla sua prole, detta ora agnitio, ora creado) la sua espressione diviene difficoltosa e desueta. Siamo dunque in presenza di un documento svolto se non a due mani, almeno a due voci: del chierico Agipert e di Gaff cl- n- publico Bergomates, che si sente e si dichiara notaio pubblico. Ecco dunque la fase creativa della forma langobardica (che si può immaginare collocata a cavallo della metà del secolo), caratterizzata da una buona conoscenza del formulario e dalla consapevolezza del proprio ruolo. Infine vediamo il doc.14: il notaio Agioald, attivo nella zona di Trevano, si trova in difficoltà dovendo scrivere una carta che testimoniasse il passaggio del diritto di riscuotere il guidrigildo di un servo ucciso di recente che era stato venduto da Peresendo a certi aldi di Totone. Il notaio mette insieme allora una cartola donationis molto particolare: munifesta caossa est eo quod … Gaodentio … occisus factum est … et menime … de ipso homicidio commemoravimus. Dopo l'esposizione dei fatti che hanno condotto alla necessità di scrivere la carta, viene effettivamente donato il diritto di conpositionem tolendum aut que legibus potuaeris exinde de ipso homicidio excodere. Oltre alle riflessioni già affrontate riguardo il notaio, da questa carta si evince come la scrittura fosse nel 789 fondante per il diritto privato: anche una sola clausola merita/necessita un atto. Il ceto di medi proprietari terrieri a cui apparteneva anche Totone ha una mentalità ormai completamente giuridica.
Sono quattro in tutto i termini longobardi rintracciati nei documenti: scherfas (740), laoneghild (789), launichild (792) e fegangas (796). Nella medesima carta in cui si trova laoneghild (doc.14) compare anche il termine conpusitionem, posto come alternativa a homicidio, indicante quindi il guidrigildo (wergild) da versare per la morte di un servo (non è però specificato nella carta di cosa si tratti). Bisogna sottolineare che la prima parola non può essere considerata, al pari degli altri, un termine tecnico, ma una vera e propria intromissione del linguaggio parlato, tanto che si legge scherfas vel pec[]lias.
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